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LIBRI FINTI CLANDESTINI

23 giugno 2016

IMG_0765Libri Finti Clandestini è un collettivo beffardo, come si autodefinisce, formato da El Pacino (Milano, 1988), Aniv Delarev (Pueblo Nuevo Solistahuacán- 1980) e Yghor Kowalvsky (Petropavlovsk-Kamchatsky – 1985), che realizza libri (sketchbook, taccuini, libri di viaggio e libri pop-up che sono delle piccole opere d’arte), interamente prodotti a mano con carta di recupero.

Abbiamo incontrato uno di loro (chi dei tre non possiamo svelarlo, amano l’anonimato) nei giorni del Salone del Mobile al nostro temporary bookshop a BASE Milano e gli abbiamo fatto alcune domande.

Come nasce l’idea del progetto di libri finti clandestini?

È nato per passione, dall’unione degli studi che abbiamo fatto e l’attenzione per il riciclo. Abbiamo studiato grafica alle superiori e all’università e quando ci siamo ritrovati a Rotterdam per l’Erasmus è stata la svolta. C’era questa accademia pazzesca dove buttavano via prove di stampa, serigrafie, incisioni, che secondo noi avrebbero dovuto invece essere prese con i guanti e appese. Loro le buttavano via, noi abbiamo iniziato a prenderle e fare degli sketckbook alternativi per amici e conoscenti.

Dopo l’università abbiamo iniziato a lavorare, io per esempio lavoravo in un’agenzia fotografica. Ma a un certo punto abbiamo lasciato i nostri lavori per seguire la nostra passione ed è nato il progetto Libri Finti Clandestini, con i libri distribuiti alle librerie e i laboratori dove insegniamo a realizzare un libro cartonato, che funzionano molto.

Come nascono i vostri libri?

I quaderni cartonati, o sketchbook, sono fatti con scarti di tipografia, scarti di serigrafia, di cartiere che chiudono e che noi recuperiamo. Sono fatti per essere disegnati, scritti e per assumere qualsiasi altro significato.

I pop-up invece sono sempre fatti con materiali di riciclo, con carte che recuperiamo da cartiere che chiudono e hanno dei 70×100 che buttano. Di solito prima pensiamo a un tema e a seconda della quantità di carta che abbiamo a disposizione capiamo quanti ne riusciamo a realizzare, di solito tra i 50 e i 100. Di solito facciamo un po’ di bozzetti, un po’ di prove di pieghe, come si fa in tutti gli ambiti credo, e poi quando arriviamo alla soluzione definitiva iniziamo a lavorare sulla carta bella.

BSELLa tecnica per realizzare i pop-up l’avete appresa da qualcuno o siete autodidatti?

Abbiamo studiato grafica alla NABA di Milano e lì si fa praticamente solo lavoro teorico, solo solo teorico. Al contrario a Rotterdam era solo pratico, una roba pazzesca che infatti ci ha dato molto.

Ci siamo appassionati e abbiano iniziato a esercitarci. Alle superiori avevamo appreso alcune tecniche di rilegatura e la cartotecnica, ma questa del pop-up è completamente da autodidatti.

Diciamo che l’intento è quello di fare delle piccole tirature che abbiano molto impatto a livello visivo. Ad esempio questo, “Ghiggia, il silenzio esplose sul Maracanà” è fatto in modo tale che se uno conosce il calcio e la storia, se lo guarda e trova subito i riferimenti all’evento. Se uno non conosce invece può leggere la breve storia inserita all’inizio del libro e poi comprendere il tutto.

Di solito che tiratura hanno i progetti? Vi date un limite, visto che sono comparabili a piccole opere d’arte?

I cartonati (gli sketchbook) sono opere uniche, ognuno diverso dall’altro. Ad oggi ne abbiamo realizzati 1747. Ognuno è numerato.

I pop-up invece sono fatti a mano uno per uno, realizziamo tirature di 50-100 copie, chiaramente fatte molto lentamente. Abbiamo realizzato una decina di titoli. L’ultimo è dedicato al circo.

circo

atac!Da dove nasce l’ispirazione per progetti come i pop-up?

Sono espressione dei nostri interessi. Anche perché ricercare le immagini e le fotografie che poi utilizziamo richiede tanto tanto tempo, quindi ci deve piacere quello che facciamo. Una volta che si ha in mente come farlo definitivamente, ci si mette mezza giornata a realizzarne uno. Il lavoro di ricerca invece è praticamente infinito, perché vuoi andare a cercare il particolare, i piccoli dettagli.

LFC3lfc_2Avete dei punti di riferimento? Dei progetti che vi hanno ispirato? O influenzato?

Ne abbiamo a migliaia. Alle superiori e all’università passavamo le giornate su behance, su tumblr,… vedevamo le cose e le salvavamo come ispirazioni. Adesso non lo facciamo più, però è servito. Io poi lavoro un giorno a settimana da spazio BK e devo dire che lì trovo molta ispirazione. ..tra i libri pop up ad esempio ci sono quelli di Komagata che sono molto belli e guardiamo con attenzione e ultimamente il libro “Oceano” edito da Corraini.

Il nome invece? Come nasce?

Il nome l’avevamo deciso a Roma quando abbiamo trascorso lì un periodo. Non ha un vero e proprio significato.

La cosa che mi ricordo, anche se ora è un po’ svanita, è che, siccome abbiamo imparato da soli a farli, all’inizio dicevamo che non erano veri e propri libri. Cioè sono sì libri, però magari il tipo di rilegatura non è quella professionale. Tanti poi li vedono e dicono “sono dei libri finti”.

Che libro ci hai portato? E perché?

Il libro è L’Aleph di Jorge Luis Borges. Il racconto finale dell’Aleph mi ha sempre ispirato. Siccome è abbastanza surreale si può ricondurre al progetto che è un po’ bizzarro e surreale.

I vostri libri dove si trovano?

Sul sito c’è una pagina che segnala gli appuntamenti e le librerie dove ci sono i nostri libri. In generale scegliamo librerie indipendenti come spazio BK, o Verso a Milano. Il posto più lontano dove sono distribuiti è il Giappone, distribuito da Lovol project che si era appassionato al progetto e con cui abbiamo realizzato una mostra a Yokohama.

Essendo libri fatti a mano uno a uno, averne tanti per volta è difficile. Negli spazi indipendenti funzionano perché chi frequenta questi luoghi ha più attenzione. Certo avere una distribuzione come Moleskine non sarebbe male…

Da quanti anni esiste Libri Finti Clandestini?

In modo vago è nato tutto a fine 2012. Avevamo partecipato quasi per caso, su segnalazione di un’amica, qui all’ex Ansaldo a Microfestival, organizzato da Copy/Copy e Bolo Paper. Era durante la settimana del design, e in una settimana avevamo guadagnato tanto quanto quello che guadagnavo all’agenzia fotografica in due mesi di lavoro. Da lì abbiamo pensato che potesse funzionare. Ci siamo messi allora a produrre i libri e a proporli alle librerie, e subito dopo a fare i laboratori per insegnare come si realizzano. Diciamo che a fine 2013 abbiamo iniziato a farlo più seriamente. Poi a fine 2014 abbiamo aperto la partita IVA. Che qui in Italia vuol dire essere presi sul serio e considerati professionisti.

 

 

 

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