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ATTO

21 novembre 2016
Atto - On printed paper - Base Milano - Design week

Abbiamo incontrato ATTO, ovvero Sara Bianchi e Andrea Zambardi, durante la Design Week nel nostro bookshop a BASE Milano e gli abbiamo fatto tantissime domande sul loro lavoro, i progetti in corso, Sudario, la Risograph…

Innanzitutto una domanda forse banale: da dove nasce il vostro nome e perché ATTO?

ANDREA: È stata una lunga gestazione: è stato uno dei primi nomi che abbiamo preso in considerazione e ci è piaciuto subito molto, perché era semplice, in italiano e facile da trasporre in altre lingue come l’inglese; poi però quando lo dicevamo agli amici, “E come vi chiamerete?” “Eh pensavamo ATTO” “Ah. Mh.” (risate)

Quando si chiede agli amici non c’è mai grande entusiasmo…

ANDREA: Qualcuno in realtà ci ha dato corda, persone interessanti, per cui abbiamo avuto un po’ più di coraggio. Poi abbiamo fatto un altro po’ di ricerca ma alla fine ci piaceva questo e l’abbiamo tenuto.

SARA: Abbiamo scelto il primo amore, diciamo. Abbiamo assecondato il desiderio di prendere in mano la nostra quotidianità progettuale e quindi agire, si rifà a quello, era una sorta di esortazione per noi.

ANDREA: Poi c’è anche il discorso filosofico di potenza e atto: l’atto è la parte concreta delle cose in potenza. Ci piaceva che fosse semplice. E nonostante questo comunque va fatto lo spelling perché…

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Non lo capiscono?

ANDREA: Eh probabilmente è troppo corto, non lo so. (risate)

SARA: Ma ho capito nel corso degli anni che ogni nome ha una sua complessità.

ANDREA: Una cosa che ci turba è che noi ci chiamiamo solo ATTO e ci piace chiamarci solo ATTO, ma per la sua brevità forse, viene sempre accorpato a “studio”.

SARA: O “design”.

Questo secondo me è un po’ un difetto milanese, ti devono subito dare un’etichetta. O design o studio, se no non sei niente.

SARA: Non riescono a metterti nella casellina.

ANDREA: Quindi vi controlleremo. (risate)

Scriviamo solo ATTO! In effetti anche guardando quello che fate, siete atipici nel contesto dei graphic designer; ho visto che fate tante cose, oltre a sviluppare grafica e identità visiva: workshop, la rivista Sudario, il lavoro con la Risograph…

SARA: Ci piace riuscire a tenere i piedi in più scarpe, mettiamola così… L’attività dei progettisti grafici ci piace, ci soddisfa, siamo molto felici quando veniamo ingaggiati come progettisti grafici puri, però in realtà abbiamo tutta una serie di passioni che magari non si possono tradurre nella stretta progettazione grafica, come ad esempio la passione per la stampa (mi viene in mente tutto il mondo legato alla Risograph). Quindi insomma, avere la possibilità di tenere vivi più canali ci dà anche più materiale sul quale ragionare e sul quale attivare le menti. Poi c’è il discorso workshop che abbiamo portato avanti per un po’ di tempo, legato all’insegnamento della professione del grafico ai bambini, smontata in piccole parti perché ogni volta affrontiamo un tema diverso, dall’animazione all’illustrazione; insomma cerchiamo di rendere più accessibile questa nostra professione che ogni tanto genera dei dubbi.

ANDREA: Cerchiamo di educarli fin da piccoli.

SARA: Banalmente: ah fate i grafici, quindi siete pubblicitari! No, non ci riteniamo pubblicitari. Non abbiamo davvero legami con il mondo della pubblicità, siamo più legati forse a un contesto di beni culturali.

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E invece come nasce il progetto di Sudario?

SARA: Nasce perché il curatore del progetto, Stefano Tripodi, è stato invitato nel 2014 al SiFest, insieme al gruppo che ha fondato, a presentare il suo lavoro. Lui ha fondato questo gruppo di fotografi e videomaker che si chiama The view from Lucania, che colleziona lavori che parlano del Sud Italia, e sono stati chiamati al SiFest a presentarsi come collettivo; quindi Stefano voleva una sorta di piccolo raccoglitore dei loro progetti, ne ha messi insieme se non ricordo male 5 o 6 il primo anno, e ce li ha consegnati, e abbiamo confezionato il primo Sudario.

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E da lì poi è nata l’idea di fare una sorta di periodico?

SARA: L’idea è quella piano piano di dare sia una periodicità più serrata, sia di trovare un editore… ma questo riguarda più Stefano che noi. Noi seguiamo tutto l’aspetto più progettuale, facciamo il ri-editing delle storie.

Quindi fate un lavoro anche sui testi?

ANDREA: No perché è tutto fotografico. In realtà dal numero 1, che è il secondo uscito, c’è stata questa cosa curiosa: lui ci aveva consegnato delle foto, e tra queste foto c’era un progetto di Alessandro Imbriaco, Tommaso Bonaventura e Fabio Severo. E tra queste foto c’era un panorama che noi avremmo dovuto impaginare su una fisarmonica. Io vedendo questo panorama ho pensato “Sì è una foto carina…” però non mi sembrava… (spero non si offendano gli autori), ho detto “chissà cos’è”. Stefano ci ha spiegato che era la visuale che aveva Brusca quando ha ucciso Falcone.

Ah.

ANDREA: Eh, appunto, la reazione è stata “ah”, cambia completamente… Siccome Stefano voleva che Sudario fosse una rivista di immagini, in cui il lettore cercasse un proprio significato nelle foto, abbiamo affiancato a Sudario una spiegazione testuale digitale, asincrona rispetto alla visione della rivista. Quindi, a partire dal numero 1, all’interno di Sudario c’è una cartolina che rimanda a un file nascosto sul sito di The view from Lucania, in cui le scelte curatoriali vengono esplicitate. C’è la possibilità di leggere le immagini in maniera cruda, e solo una volta digerite, di andare ad approfondire. Sembra che la cosa sia piaciuta, quindi siamo contenti anche di questo.

Ma la passione per la Risograph, da cosa vi nasce?

SARA: È più una curiosità in realtà, perché facendo sempre molta ricerca su internet prima di affrontare un lavoro, continuavamo a imbatterci in queste pubblicazioni, illustrazioni, con questa strana tecnica di stampa, non capivamo, poi ci siamo informati e abbiamo scoperto di più, e l’unico modo per provare a usarla…

ANDREA: Ai tempi, era il 2013.

SARA: …è stato comprarla!

Io ricordo di aver sentito parlare della Risograph la prima volta da voi, cioè ho visto delle vostre cose, stampate in Risograph, e non capivo…

ANDREA: È la globalizzazione che ci ha portato alla Risograph. Sara aveva provato a serigrafare, conoscevamo i ragazzi dell’Officina 9pt, perché eravamo colleghi e amici… però pensavamo che la Risograph potesse conciliarsi meglio a livello anche di impegno, per fare delle autoproduzioni in maniera un po’ più veloce, cosa che poi in realtà non è del tutto vera perché è comunque una macchina complicata; ai tempi non avevamo ancora fondato Atto, quindi avevamo tempo libero il weekend e la sera. Ci sembrava che quella macchina fosse un modo più semplice rispetto ad altri tipi di stampa per creare delle cose nostre.

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Ma se dovessi chiedervi in sintesi qual è il principio della Risograph?

ANDREA: Hai presente il ciclostile? Ecco, la Risograph è un ciclostile automatico, diciamo.

SARA: Impropriamente è l’anello di congiunzione tra la serigrafia e la stampa digitale. C’è la matrice, ogni volta stampi un colore…

ANDREA: C’è una matrice, che la macchina imprime in maniera termica, questa matrice si avvolge attorno a un drum, o tamburo in italiano, che è una specie di silurotto nucleare, all’interno del quale c’è il colore. Quando stampi, questo cilindro incomincia a ruotare ad alta velocità e per la forza centrifuga il colore viene spinto sulle pareti, quindi passa attraverso il drum, attraverso la matrice, come nella serigrafia, e si stampa sulla carta. Però la peculiarità vera è che si usano colori puri codificati da Risograph. Si può lavorare anche con le sovrastampe, ottenendo ad esempio il verde stampando prima il giallo e poi il blu.

SARA: Ci sono dei vincoli tecnici che sono molto stimolanti per la progettazione, propedeutici all’attivazione del cervello. Per noi era un passaggio abbastanza consolidato perché lavoriamo da tanti anni, però per chi fa i workshop, ogni tanto lavoriamo anche con le scuole, è un modo per prepararli alle tecniche di stampa più professionali.

ANDREA: Ci sono alcune cose che riesci a capire veramente: quando nella offset ti parlano di fuori registro e tu stampi a casa con la laser, non capisci cosa sia, invece lì è abbastanza evidente…

Ho visto che state sperimentando molto, c’è qualche nuovo progetto sul quale state lavorando? Non tanto un progetto su committenza, di identità visiva, ma qualche nuovo progetto sperimentale.

ANDREA: Eh non so se si può dire o non si può dire…

SARA: E dai, e dillo… se lo dici poi lo devi fare.

ANDREA: Allora, noi da gennaio ci siamo trasferiti in uno studio condiviso con degli architetti.

SARA: Ah quel progetto…

ANDREA: Cosa dicevi tu?

SARA: No io dicevo l’altro, quello del giallo!

ANDREA: Ah anche… Allora, noi è da quando abbiamo preso la Risograph che inseguiamo il giallo…

SARA: L’acquisizione del colore è molto lenta, costano un sacco e sono molto difficili da trovare.

ANDREA: Sì perché ogni colore ha il suo drum, che è quel cilindro di cui ti parlavo prima. Quindi il pezzo di inchiostrazione della macchina è diverso per ogni colore… noi è da quando l’abbiamo presa che inseguiamo il giallo, perché il giallo ti permette tramite la sovrastampa di ottenere molti colori diversi; avevamo anche provato a comprarlo dall’America ma ci è arrivato rotto e non si può aggiustare, ed è molto difficile trovarlo.

Ma perché alcuni colori sono difficili da trovare e altri no?

SARA: La macchina è vecchia e non è molto diffusa.

Quindi è una vecchia tecnica di stampa?

ANDREA: Sì è degli anni ottanta, novanta.

SARA: È vecchia, non come quella che usa l’Officina 9pt ovviamente.

Pensavo fosse una tecnica contemporanea, invece no.

SARA: Soprattutto è usata in modo improprio, perché noi la usiamo appunto per fare illustrazioni, stampare le fanzine, ma veniva usata nelle scuole, per fare le circolari, perché è molto economica quando si superano un certo numero di copie.

ANDREA: Quindi in realtà il giallo, come il rosa fluo, sono difficili da trovare perché tendenzialmente le scuole, del giallo e del rosa fluo non se ne facevano niente. Avevano del gran nero, blu, rosso, verde. Adesso abbiam trovato un drum rosso che non abbiamo ancora preso ma vorremmo acquisirlo per farlo diventare giallo.

Quindi svuotarlo?

SARA: Fare una trasmigrazione cromatica.

ANDREA: Il che vuol dire che nel passaggio dal rosso al giallo succedono cose… mentre succedono queste cose vorremmo fare un’edizione collettiva, invitando persone che stimiamo con cui ci piacerebbe lavorare, anche per finanziare la trasmigrazione, che comporta l’uso di molti fogli e l’uso di molto colore, perché si parla più o meno di solito di stampare un migliaio di copie.

Sapete già che formato volete dare a questa cosa?

ANDREA: No. Avevamo pensato in origine a una fanzine, però la fanzine ha tutta una serie di complicazioni… Ci siamo accorti per esempio che è molto più facile vendere un poster a 10 euro che una fanzine a 15. Il che è paradossale. Comunque stiamo ancora valutando se e come farla.

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Ci sono dei lavori o delle realtà che vi piacciono, che seguite, che sono di ispirazione per il vostro lavoro?

SARA: Ci sono tante realtà sicuramente che ci ispirano, sotto tanti livelli, perché appunto siamo ibridi come realtà. Ti posso dire uno studio grafico che mi piace molto, Think Work Observe, e sono italiani, di Udine. Loro secondo me sono molto bravi, dal punto di vista della grafica, della gestione del testo. Ogni tanto io mi sento non troppo contemporanea, per cui se dovessi dirti un illustratore ti direi o Olle Eksell, o Saul Steinberg, o Charley Harper. Sono tutti illustratori non viventi ai quali i grafici e illustratori attuali si rifanno. Perché tutta questa tendenza dell’illustrazione molto geometrica, che ha preso molto piede nell’editoria ultimamente, pesca da là.

ANDREA: Poi c’è Sol LeWitt, un artista che ha prodotto opere molto grafiche, preparando anche un sacco di esercizi; le opere d’arte spesso sono collettive, lui le pensava e poi venivano eseguite anche da studenti, collaboratori…

SARA: Una cosa che a me capita spessissimo di pensare è che gli stimoli arrivano anche guardando un film, o leggendo la domenica mattina un articolo di giornale, o arrivano studiando il lavoro di un artista, che magari non è direttamente collegato al mondo della grafica ma propone un atteggiamento che poi è applicabile alla progettazione.

In genere quando affrontate un nuovo progetto avete un modus operandi standard, o invece ogni progetto viene affrontato in modo diverso?

ANDREA: Di solito facciamo una ricerca, che può essere condivisa col cliente o meno, cerchiamo sempre di capire la persona che si ha davanti. La ricerca è fatta di spunti visivi, che possono essere lavori di altri, fotografie, ecc.

SARA: La ricerca si fa anche per capire cos’è stato fatto di inerente alla tematica, per cercare di innovare, di non ripetersi, o magari di trovare un filone dentro il quale collocare il progetto.

ANDREA: Poi dalla ricerca cerchiamo di trovare delle strade che ci sembrano sensate e svilupparle.

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Di solito vi dividete i lavori o ogni lavoro lo affrontate insieme?

ANDREA: Dipende. Dipende sia da quanto siamo oberati, dal tipo di lavoro, magari un lavoro piccolo si decide che lo fa uno, un lavoro un po’ più grande magari lo si fa insieme.

SARA: Poi in realtà ognuno ha delle competenze un po’ più forti, ad esempio io di solito illustro, e lui segue più l’aspetto relativo alla motion graphic, al video. Insomma c’è una sorta di divisione in base alle competenze.

ANDREA: Nelle quali però ci si scambia anche.

SARA: Siamo abbastanza flessibili devo dire. Poi ci sono i momenti in cui il coraggio ti abbandona e dici “non ce la posso più fare, devi andare avanti tu.” Essere in due da questo punto di vista aiuta molto.

L’ultima domanda è sul libro che avete portato, perché l’avete scelto?

SARA: Potremmo stare qua a parlarne per una settimana. Cercheremo di essere brevi.

ANDREA: Perec, Specie di spazi. In realtà è stata una scelta molto difficile. È un po’ come per il nome, perché è stato il primo titolo che ci è venuto in mente, poi eravamo un po’ in dubbio…

SARA: Perché non è strettamente inerente al mondo della grafica, e quindi ci siam detti, ma forse avrebbe più senso portare qualcos’altro. Era in ballo Gli esercizi di disegno di Sol LeWitt di cui ti abbiamo parlato prima, ma siamo ritornati a Perec perché dice tantissimo di noi, in questo libro confluiscono un sacco di argomenti che ci interessano, ad esempio la composizione tipografica con la quale lui nel primo capitolo si diverte…

ANDREA: Il libro è uno zoom out, e il primo luogo, il primo spazio, è la pagina bianca.

SARA: In qualche modo parla anche di ambienti che frequentiamo. E poi cita tutta una serie di autori che ci piacciono, come ad esempio Steinberg, come Borges… e poi la cosa che a me piace è che lui gioca con la lingua e con la scrittura come se fossero una sorta di congegni da attivare e disattivare, dandosi dei paletti e delle limitazioni. Lui l’ha sempre fatto come scrittore e anche qui c’è questo gioco dell’osservazione della realtà.

ANDREA: Molto analitica.

SARA: Esatto, ma allo stesso tempo molto ironica.

ANDREA: Quando lo leggo mi sembra di togliere una patina dal cervello, ti fa riflettere sulle cose che hai intorno normalmente, a cui di solito magari non badi, lui dice “guarda che in realtà dovresti badarci”.

SARA: Non è lo straordinario che dovresti allenarti ad osservare ma l’ordinario. Lui in questo libro lo fa, perché dalla pagina piano piano si allarga sempre di più e arriva alla città.

ANDREA: Arriva allo spazio.

SARA: C’è un piccolo capitolo sul letto, lui dice: io adoro il mio letto, il mio letto è una sorta di micromondo, e dal mio letto io vedo il soffitto, l’ho visto migliaia di volte, è una delle mie muse più straordinarie perché là sopra ci sono trame, disegni, e ogni volta ci leggo cose diverse.

ANDREA: Parla dei quadri, dice che si mette un quadro sulla parete per dimenticare che è una parete, ma dimenticando la parete ci si dimentica anche del quadro, allora cosa dovresti fare? Non dovresti mettere il quadro, o dovresti cambiare spesso il quadro? Ti fa riflettere su alcune cose che in effetti… perché si mettono i quadri alle pareti? Per non far vedere la parete?

SARA: Questo esercizio di analisi delle cose ce lo portiamo dietro, quando progettiamo, quando ti trovi ad affrontare un nuovo argomento cerchi di scomporlo nelle sue minime parti e guardarlo anche da più punti di vista, per riuscire ad averne una comprensione maggiore e una restituzione più piena di senso.

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