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ANDREA CAVALLINI

1 settembre 2016

IMG_0779 (1)Andrea Cavallini è un graphic designer e illustratore, disegna per lo più copertine di libri, e illustra libri.

Questo lavoro di grafico – illustratore per l’editoria, come è arrivato? Volevi lavorare per l’editoria o ti è capitato?

Ho iniziato lavorando per Giorgio Upiglio, uno stampatore editore, che è morto un paio di anni fa e che aveva l’atelier in via Fara a Milano. Era stato il mio professore all’università, dove insegnava calcografia, incisione su rame con stampa a mano e tutto il processo dal trattamento della lastra all’incisione, alla stampa su carta fatta a mano. Quando poi mi sono laureato sono andato a ritrovarlo perché il suo corso, che era stato un modulo del primo anno quindi quasi una parentesi, tra tutti mi aveva molto affascinato. Non avevo un impiego o una proposta impellente, avevo del tempo libero, quindi mi sono presentato da lui e mi sono proposto. Innanzitutto ha visto il mio lavoro di tesi, che ha apprezzato. Per la tesi ho fatto un librone, un progetto editoriale, dal titolo “Un Luogo Banale”. Praticamente ho voluto raccontare il paese da cui vengo, che è un paese insulso in provincia di Novara che non avrebbe nulla da dire, Fara Novarese. L’ho raccontato attraverso vari linguaggi, l’ho affrontato dal punto di vista della guida turistica, della guida di trekking, ho raccontato la parte artistica e tutto il territorio. Ho fatto degli itinerari con le mappe e le altimetrie. Anche graficamente è diverso da parte a parte e ho dimostrato come anche un posto che non ha nulla di particolare da dire, utilizzando i giusti linguaggi può comunicare qualcosa. L’avevo realizzato in un fuori formato gigantesco, che adesso non rifarei più. Ci ho messo molto a farlo, ma volevo qualcosa che mi rappresentasse in pieno. Ecco, quindi già lì la scelta del libro illustrato…

Mi sono presentato da Giorgio Upiglio, gli ho mostrato la mia tesi, gli è piaciuta, e poi gli ho chiesto se potevo lavorare per lui. Eravamo prossimi all’estate, difficile fare colloqui di lavoro in quel periodo, tra l’altro ero tornato a Fara Novarese da Milano per fare la tesi… Quindi mi sono detto che era una buona occasione per tornare a Milano e non stare fermo a fare niente.

Gli ho detto “Vengo da lei e mi insegna il mestiere!”. E lui era molto contento. E ci siamo trovati anche molto bene. Mi ha affidato degli artisti, tra i quali anche Roberto Ciaccio, anche lui morto di recente, e gli ho realizzato un manifesto per una sua mostra a Roma. Insomma ci siamo trovati proprio in sintonia.

Un giorno vado in laboratorio e c’era una lastra di 2mx2m. C’era da farci qualcosa e lui mi ha dato una smerigliatrice in mano, una levigatrice e mi ha detto inventa qualcosa. Si sperimentava, si stampava su questi materiali che avevamo trattato, i fogli poi magari venivano piegati e ripiegati e poi stampati e vedevamo cosa usciva. E Ciaccio lì presente, insieme valutavamo tutte le varie possibilità. Poi c’erano altri lavori più canonici, come tagliare la carta per fare una tiratura per un artista. Giorgio Upiglio faceva l’editore d’arte, libri d’arte, per cui copia unica, formati e materiali ricercati, stampati a mano con caratteri mobili in piombo o legno oppure in calcografia, litografia.

Da lui sono stato tutta l’estate e mentre ero a Milano ho riallacciato un po’ di rapporti e contatti ed è venuto fuori poi il contatto con Francesca Lioneschi che è l’art director dello studio TheWOLRDofDot. Francesca Lioneschi è l’art director della Rizzoli, narrativa italiana, straniera, saggistica, Lizard e tutto quanto, mentre Iacopo Bruno, suo marito, è illustratore per ragazzi. Ho fatto un colloquio, è andato bene, e da lì abbiamo iniziato a collaborare. Questo 7-8 anni fa.

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Come approcci la creazione di una copertina?

È molto diverso se si parla di copertine illustrate, grafiche o fotografiche. Molti lavori sono di ricerca iconografica, altre sono magari solo copertine tipografiche, bisogna fare composizione, che può essere anche lì disegnata a mano o invece con delle font, molto classica anche. Dipende molto dal libro, dal romanzo… Poi occupandomi di saggistica, narrativa, graphic novel, ragazzi, il lavoro è veramente vario.

Alle volte è richiesta un’illustrazione e allora lì l’approccio è ancora diverso. Dipende dalla tipologia di libro e quello che vuole esprimere l’editore, quello che vuole vendere.

Rispetto allo sviluppo di una copertina, avete indicazioni dall’editore? Dopo che si è stabilito se deve essere grafica o fotografica, è una ricerca autonoma o indirizzata dall’editore?

Alle volte l’editore non ha un’idea chiara in testa. Se vuole una foto o qualcosa di grafico. Si fanno tante proposte. Può capitare anche che si proponga un’illustrazione che può anche non essere mia. Facendo ricerca iconografica, si trovano illustratori che magari esprimono molto meglio di una foto quello che stai cercando e allora proponi l’illustrazione di qualcun altro, che poi viene contattato e se è libera viene usata, sennò viene commissionata ad hoc.

In alcuni casi invece la faccio io. E lì le indicazioni sullo stile me le faccio più io in mente. L’indicazione dell’editore è sostanzialmente come vuole vendere il libro, di cosa parla il libro, su cosa vuole puntare nel vendere il libro, i competitor, quindi altri libri che ci sono in questo momento in giro e che possono essere simili per un verso o per l’altro, se lo vogliono vendere più come quello lì e allora a quel punto ti fai un’idea di quello che è il libro.

Per l’illustrazione fai un po’ di ricerca iconografica, vedi dei riferimenti, vedi un po’ quello che c’è in giro, gli stili…

Il libro lo leggi?

Tante volte non esiste ancora il libro quando lavori alla copertina. Il punto fondamentale è l’editore, che sa cosa vuole vendere di quel libro. Alle volte ti accorgi che quello che c’è in copertina non c’entra con quello che c’è nel libro. Probabilmente l’editore ha pensato che avrebbe venduto di più puntando su un elemento che secondo lui prende un settore di pubblico maggiore rispetto a un altro, che magari in quel momento ha valutato non essere interessante; oppure perché usciva per la stessa casa editrice un libro che voleva spingere di più sull’altra parte… ci sono vari meccanismi nella mente dell’editore. Anche perché se fai un’illustrazione bellissima ma completamente fuori brief non passa.

C’è una copertina di un libro realizzata da te alla quale sei particolarmente legato?

La primissima illustrazione che ho fatto, Berlin di Eraldo Affinati. Ci sono legato perché è la prima, perché è vettoriale ed è molto pulita. All’epoca volevo fare tutto in vettoriale. E poi perché qualche anno fa era stata selezionata per la mostra “Never judge a book by its cover” curata da Michele Rho, dove c’era anche un’altra mia copertina a cui sono affezionato: quella di Alveare di Giuseppe Catozzella. E visto che le illustrazioni erano a 4 colori ho pensato di rifarle in serigrafia. Mi è sempre piaciuto l’aspetto manuale, come ho fatto con la mia tesi, rilegata da me, e qui mi sono misurato con la serigrafia.

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Dopo l’interesse per la grafica vettoriale, adesso quali sono i tuoi interessi? Come si è sviluppato il tuo lavoro negli anni?

Negli anni mi si è aperto completamente tutto un altro modo di lavorare. Lavorando in studio, soprattutto con Iacopo Bruno, ho ripreso moltissimo a disegnare, a fare cose a mano, soprattutto type a mano. Ho fatto dei corsi di calligrafia, ma non mi ritengo assolutamente un calligrafo. Non ho le competenze di un calligrafo. Però il disegno delle lettere a mano, comporre una scritta, è una cosa che ho scoperto piacermi moltissimo e la sto sfruttando tantissimo. Nelle copertine dei libri è utilissima. Dovendo fare anche delle saggistiche, delle graphic novel, libri per bambini, cioè dovendo spaziare molto, è anche bello avere tante competenze e cambiare molto stile.

Una delle cose che mi dicono alcuni è che se fai delle illustrazioni devi avere un tuo stile. Ecco ad esempio Emiliano Ponzi è quella cosa lì o Olimpia Zagnoli è quella cosa lì. Cioè bravissimi, in quanto riconoscibili. Ma lavorando in uno studio che fa copertine di libri effettivamente io ho un approccio molto meno artistico alla cosa e più da illustratore. Che secondo me è un po’ diverso. E quindi ti devi adattare a quelle che sono le richieste e le esigenze e mi piace.

 Ci sono dei lavori che proprio hai invece detestato fare?

Beh sì chiaramente, dovendo fare tutto, una quantità di libri notevole, magari ti capita il libro che in è collana, che è una ricerca iconografica su un titolo che non ti interessa o su una saggistica di quelle da banco del motivatore di turno… lì sta anche a te, o quel giorno sei particolarmente ispirato e hai voglia di dire mi diverto a fare una cosa anche se è per un libro che avrà una vita di 15 giorni, e allora ti metti e disegni, se anche deve essere tipografica la fai a mano e alla fine fai un bel lavoro. Alle volte invece sei pieno così di roba ed è veramente un libro poco interessante e allora il lavoro non è entusiasmante.

Qual è la tipologia di progetti che sei più contento di avere tra le mani?

Porto avanti una parte di progetti miei, che vanno dall’illustrazione a libri per bambini, a libri di grafica pura.

 Libri per bambini intendi solo le copertine o il libro proprio?

Avevo iniziato con Einaudi ragazzi e avevo fatto Enrichetto Cosimo. Lì è molto type a mano. Avevo fatto il progetto tramite lo studio dove lavoro, il progetto degli interni, tutte le illustrazioni interne, la copertina… tutto quanto.

Poi ora, sto lavorando con il gruppo Book on a tree di Pier Domenico Baccalario. È un giro di scrittori per ragazzi che hanno fondato questa sorta di casa editrice, il progetto però nasce insieme ai librai.

Abbiamo già realizzato due libri e stiamo lavorando al terzo. La serie si chiama Grand Tour, ed è strano perché non c’è un editore. Gli editori siamo noi stessi e le singole librerie indipendenti, che si affiliano al progetto e solo loro in esclusiva possono vendere questi libri. Sostanzialmente è una storia di viaggi nel tempo, l’avventura di tre ragazzini (è un libro per bambini, fino all’età delle medie), che viaggiano nel tempo. Ogni libro è ambientato in una città, e il libro viene scritto in base alle città in cui si trova la libreria che si è affiliata al progetto. Il progetto è nato tutto da Pier Domenico Baccalario, c’è il libraio di Acqui Terme che si chiama Piero Spotti, c’è anche Davide Morosinotto: insomma sono tutti librai e autori di libri per bambini. Mi hanno contattato per fare tutta la parte grafica, le illustrazioni, i personaggi.

È un bel progetto perché è strana l’evoluzione e il modo in cui è nato. Il primo è ambientato a Acqui Terme e presenta i personaggi e la struttura dell’avventura, il secondo è ambientato a Verona e adesso stiamo lavorando al terzo a Cagliari e poi credo che il quarto sarà a Milano.

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Hai dei riferimenti, qualcuno che ha ispirato il tuo lavoro, nelle fase iniziali magari?

È giustissimo avere riferimenti, io continuo a farlo, ispirarsi al lavoro degli altri, in qualche modo anche copiare il lavoro degli altri, perché comunque il risultato sarà per forza diverso.

Ho tanti riferimenti in realtà. I primi, i principali che hanno anche ispirato il lavoro della mia tesi… a me piaceva tantissimo, sempre per il discorso della grafica vettoriale, Obey, e lui continuo ad amarlo tantissimo; Chris Ware per i suoi formati, questi libroni con le pagine che si aprono… e lì avevo anche voluto sbizzarrirmi con la tesi cacciandomi in un guaio. Diciamo loro due sono gli amori di sempre, poi negli anni si sono aggiunti Chip Kidd per la grafica di copertina, oppure Peter Mendelsund e Barcellona stesso. Ogni ramo ha le persone che ti fermi a guardare e ti chiedi ma questo come l’ha fatto, e quelli continuo a cercarli, ammirarli.

Questo è quindi l’ambito in cui ti piace stare e lavorare?

Sì, l’ambito è bello perché è in continua evoluzione, se magari domani ti stanchi di fare le copertine delle collane o solo ricerca iconografica, beh hai una rete di contatti e competenze, ti specializzi di più magari sulla calligrafia, o altro.

On printed paper dà molta importanza anche all’oggetto libro, occupandoci di soli formati stampati. Cambia il tuo lavoro quando devi affrontare ad esempio la copertina per un e-book?

Ho lavorato anche per e-book. Possono essere differenti per la scelta di stile. Di solito magari per delle collane, dove vogliono cose più fredde e vettoriali. Io però lavoro quasi esclusivamente su libri stampati.

 Che libro hai portato e perché?

Ho portato due cose. La prima è la Piscina, che ho fatto per Edition Lidu e con cui ho vinto un premio qualche hanno fa. Il racconto è scritto dalla mia amica Elisa Sabatinelli e poi illustrato da me. Aveva la particolarità di essere pensato per essere tipo un teatrino. C’è un prototipo che esiste in una copia inutilmente voluminosa, che avevo fatto io in una notte. Poi l’avevamo semplificato e reso producibile. Poi però loro non l’hanno prodotto. È un progetto inedito.

L’altro libro che ho scelto è La chiave a stella di Primo Levi perché è un libro a cui sono molto affezionato e rappresenta molto il mio modo di approcciarmi al lavoro. Perché è un libro sul lavoro fatto bene. Sul lavoro fatto da professionisti di quel settore che si dedicano al lavoro.

L’amare il proprio lavoro diciamo è la cosa che più si avvicina alla felicità terrena che uno può avere. E al personaggio, Faussone, sono particolarmente affezionato. Quando l’avevo letto, tempo fa, avevo pensato che volevo trovare un lavoro che mi piacesse, da fare con professionalità e in cui specializzarmi.

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