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ABiCiDi Tipografia

23 febbraio 2017

ABiCiDi Tipografia è il progetto di Maria Zaramella che dal 2014 insegna ai bambini la stampa tipografica a caratteri mobili.

 

Come è nato il progetto di ABiCiDi?

È nato dall’esperienza che ho vissuto e sto vivendo con Officina Novepunti Punti, grazie alla quale ho acquisito e raffinato competenze tecniche, relazionali e di insegnamento. Dopo un po’ di tempo, e pratica, ho iniziato personalmente ad interessarmi e approfondire tematiche legate all’acquisizione del sistema della letto-scrittura, ovvero il processo di avvicinamento al mondo alfabetico dei bambini in fase prescolare. Insomma quali sono metodi, teorie e approcci che venivano e sono utilizzati per l’insegnamento. Mi sono resa conto che il materiale e la tecnica della tipografia artigianale che usavo, potevano diventare strumenti molto utili per l’apprendimento delle lettere, sia a livello segnico sia simbolico. Perché? Perché in questo caso il bambino ha la possibilità di utilizzare e toccare il tipo (la lettera), che è già un oggetto fisico da maneggiare, da colorare e da poter stampare. Quindi non è solamente la lettera che tu vedi o senti e che devi ricopiare, ma è una “cosa” con una fisicità ben precisa.

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E il lavoro con i bambini come è nato? È legato alla tua riflessione sull’alfabeto?

Il mondo dell’infanzia mi ha sempre affascinato ma non ho una formazione né da educatrice né da pedagoga: provengo dal mondo del design e questo, credo sia, il mio modo personale per approfondire e sperimentare aspetti e teorie della tipografia, della grafica e della comunicazione visiva.

ABiCiDi è uno spazio per laboratori, esatto? Come funziona?

È uno spazio di ricerca, personale, dove la metà del tempo la passo studiando e sperimentando, progettando e stampando materiale che uso per insegnare; l’altra metà ovviamente la passo con i bambini. I laboratori si svolgono nei weekend o durante la settimana.

Ci puoi fare alcuni esempi di progetti che hai sviluppato in questa direzione?

Ho realizzato una serie di poster intitolati “Trova le differenze” nella quale sono stampati differenti design di una lettera (ad es. solo la A). È un allenamento visivo nella quale l’occhio deve percepire e rilevare differenze, grandi o piccole, tra oggetti di forma e significato apparentemente simile: quindi la A è sempre A, però può avere una struttura e una forma completamente diverse. Ai bambini mi piace raccontare che, come ciascuno di noi è una persona uguale ad altre ma ha anche carattere e caratteristiche differenti, così lo sono le lettere: ciascuna ha una personalità diversa ma è pur sempre una lettera dell’alfabeto.

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Stella 100%

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Visto questo aspetto educativo e formativo forte, collabori anche con istituti di formazione, scuole?

Ho iniziato a collaborare con le scuole dell’infanzia, specialmente con i bambini di fascia d’età che va dai 4 ai 5 anni, ed è la fascia forse che preferisco. Perché sono puri, non hanno ancora acquisito quell’associazione immediata tra significato e significante, quella riconoscibilità tale per cui una forma è solo la L (di luna, di Leonardo, etc.) perché per loro è ancora un segno puro e grazie a questo “s-vantaggio” possiamo lavorare molto più liberamente. Sto collaborando poi con altre istituzioni culturali della città e ho uno spazio all’interno della Fabbrica del Vapore, nell’associazione Process 4.

Ci sono altri progetti, persone, che ispirano o che hanno ispirato il tuo lavoro, come Officina Novepunti, che ti ha fatto venire voglia di passare dalla grafica digitale, che era la tua formazione, a un approccio più manuale e artigianale? Da cosa nasce questa passione?

È stato un insieme di cose ed esperienze avvenute in tempi diversi che si son pian piano date senso e corpo spontaneamente. Un cocktail di percorsi di studi legati all’arte e al design; di interessi e passioni sul e del fare manuale. Una cerniera è stata sicuramente l’incontro e la scoperta della stampa tipografica avvenuta ai corsi frequentati alla Bauer ed è da lì che è nato con altri 10 amici, di nuova e vecchia data, il folle, eroico, anacronistico e bellissimo progetto di Officina Novepunti.

Continui a collaborare con Officina Novepunti?

Certo, e chi la lascerebbe mai una fidanzata così?! Officina è la parte dove posso sperimentare e raffinare la tecnica con coetanei e con chi ha voglia di riscoprire il piacere di sporcarsi le mani; ABiCiDi è la parte dove posso sperimentare e riscoprire la tecnica con persone più basse di me e da cui imparare come ci si sporca veramente le mani.

Ci sono dei progetti futuri sui quali stai lavorando?

Continuo la collaborazione con le scuole ed una delle cose che mi piacerebbe tanto sviluppare è creare una piccola officina, uno spazio, all’interno della scuola, dove i bambini avrebbero a disposizione tutto il tempo la strumentazione per la stampa: piccoli torchietti, tirabozze, caratteri mobili… dopo aver lanciato il progetto sarebbero i bambini stessi a gestirlo. Credo che sia un mezzo potente: il processo progettuale che il bambino si trova a gestire va a rafforzare la sua autostima, la sua capacità di comunicazione verbale ed emotiva. Credo che sia molto bello per loro.

Fai anche laboratori per bambini e adulti insieme. Ci racconti?

Ci sono state molte volte in cui i genitori hanno manifestato la voglia di partecipare a questi laboratori e alle volte capita che il genitore si inserisca nel lavoro del bambino (cosa che io non apprezzo molto). E quindi l’idea di far lavorare genitori e figli insieme: ma non assieme nella stessa composizione di stampa, ma insieme sullo stesso soggetto, che decidono insieme. Ad esempio nel laboratorio che ho realizzato in occasione della festa del papà, le coppie papà-bambino dovevano scegliere una vacanza o un luogo che avevano visto insieme. Ognuno doveva interpretarlo a suo modo. Avevamo quindi il risultato della vacanza visto dal bambino e visto dal papà.

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Di tutti questi lavori, che immaginiamo rimangano ai bambini, tu hai una sorta di archivio?

Sì, ogni tanto mi rimane una copia che i bambini mi regalano, altrimenti faccio magari delle copie in digitale, delle fotografie.

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Visto che lavori molto sulla ricerca e sulla progettazione, qual è il tuo processo creativo? E poi ci sembra di capire che sei tu la “committente” di te stessa. Non hai qualcuno che ti chiede “progettami questo laboratorio”.

Sì, finalmente sono diventata la casa di me stessa! Quando progetto parto dalla mia esperienza, definisco dei processi possano essere stimolanti per i bambini. La chiave che utilizzo spesso è quella di far vivere la lettera come un’altra cosa altra: da quello possono nascere mondi e oggetti completamente avulsi dalle parole. Tendenzialmente cerco di non far scrivere ai bambini parole o frasi ma di fargli sviluppare quella coscienza in più che la lettera è oggetto, è un segno, un disegno che può diventare qualsiasi altra cosa.

Lavorare con i bambini, se non ci hai mai lavorato prima, non è semplice. Saper gestire i tempi e catturare sempre la loro attenzione. Tu come hai fatto? Sei partita “bene” o hai avuto delle difficoltà?

Ho fatto un paio di laboratori di testing per capire come strutturarli: c’è una parte di somministrazione teorica dove scopriamo terminologia tecnica e strumenti attraverso un processo di deduzione, definizione e sperimentazione partecipata e guidata; c’è la parte di progettazione individuale dove non interferisco mai, non c’è la correzione da parte mia come se fossi la maestra. C’è una completa autonomia su questo. Una volta che hanno capito e assimilato il processo della stampa sono liberi. Nel tutto c’è una consapevolezza: i bambini sono solo delle persone un po’ più basse di me, non sono degli idioti. Li chiamo “nani” infatti, così non me lo dimentico mai.

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Tu lavori sola in ABiCiDi. Ci vuole coraggio a mettersi in prima linea da sole. Ti piace lavorare da sola?

Sì, lavorare sola da un lato ti rafforza (è un’eterna lotta per una persona insicura come me) ma da un lato ho spesso bisogno di confronto, anche con gente che non fa questo di lavoro, perché è assolutamente necessario, sia per un miglioramento personale che progettuale. Per ora sono soddisfatta così. Nel mio percorso di studi e professionale ho sempre condiviso e lavorato con altre persone e per adesso sono soddisfatta di lavorare da sola.

Quale libro ci hai portato?

Il libro che ho portato non c’entra nulla con il mondo della tipografia e della grafica, ma è un libro che considero la mia Bibbia, ed è “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir. Leggerlo è stato un percorso di liberalizzazione personale che mi ha un po’, anzi molto, dato consapevolezza e concretezza alle cose che devo e che posso svolgere in quanto designer donna.

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